AUSTERLITZ DI SERGEI LOZNITSA. I TURISTI DELLE CAMERE A GAS

Luigi Locatelli, www.nuovocinemalocatelli.com, 17.09.2016

Austerlitz, un film di Sergei Loznitsa. Documentario. Presentato al Venezia Film Festival 2016 fuori concorso. In programma a Milano nella rassegna Le vide del cinema (19-27 settembre).

Il regista ucraino (tra i più sottostimati in circolazione) ha portato fuori concorso a Venezia uno dei film più perturbanti, un documentario su un particolare turismo, quello dei campi di sterminio nazisti. Un cinema morale ma senza facili moralismi. Loznitsa mostra con occhio neutro la sua folla di ciabattanti visitatori delle camere a gas, ma tocca a noi decifrare e, eventualmente, giudicare.

L’ucraino Sergei Loznitsa continua a infilare un film più bello e importante dell’altro, ora fiction ora documentari, ma resta uno dei grandi trascurati dalla critica più istituzionale, per non dire del pubblico, che credo in Italia di lui non abbia visto niente o quasi. Ricordo che il suo In the Fog, un capolavoro, a Cannes 2012 venne maltrattato o sbrigativamente liquidato dai recensori (e ferocemente stroncato da una storica rivista di cinema francese), con in sovrappiù la sfortuna di essere capitato in un concorso dove la corazzata Amour fece il vuoto intorno portandosi poi a casa una scontata palma d’oro. Resta comunque un regular dei festival. Un paio di anni fa a Venezia si vide un suo documentario sul golpe anti-Eltsin del 1991 e sui russi che, scendendo in piazza, lo neutralizzarono, ricostruito attraverso filmati d’epoca di quanto successe nelle strade e nei palazzi di San Pietroburgo. Stavolta (ma perché l’hanno messo fuori concorso?) ha portato al Lido quello che, a conti fatti, è risultato uno dei vertici del festival, un documentario su un particolare e poco indagato turismo, quello che ha per meta i campi di sterminio nazisti. Con un titolo che non c’entra con la battaglia napoleonica, e nemmeno con la città prussiana, ma che è citazione dell’omonimo libro di Sebald dove il protagonista, uno studioso di architetture ottocentesche pubbliche tra cui istituzioni totali come i penitenziari e le caserme, scopre tardi la propria storia personale legata all’Olocausto. Nel film dell’ucraino Loznitsa si osservano i visitatori dei luoghi concentrazionari e delle istituzioni totali che hanno portato al massimo grado la tecnica, e anche l’ideologia, dell’annientamento. Anche se il campo di sterminio non è Auschwitz, ma uno più defilato nella mappa del massacro, quello di Sachsenhausen, appena fuori Berlino. Un lager costruito in origine per i detenuti politici, e solo più tardi diventato fabbrica di distruzione seriale mediante camere a gas e forni crematori. Il film è parco di spiegazioni, e che si tratti di Sachsenhausen lo si apprende solo da alcuni siti ben informati (come Variety), visto che non solo Loznitsa si guarda bene dal farcelo sapere , ma che anche il pressbook sorvola. Forse perché all’autore interessa mostrare più il turista dei campi che il campo, turista che è sempre lo stesso nel suo stampo di base al di là della meta. Bianco e nero rigoroso (uno dei non pochi del festival di Venezia, vedi anche Paradise di Konchalowsky, il leone d’oro The Woman Who Left e Las Nadie, il vincitore della Settimana della critica), ossessivo e monotonale uso della macchina da presa. Lunghe sequenze, anche di una decina di minuti, a camera fissa, con mdp piazzata a registrare e riprendere, occhio apparentemente neutro e impassibile come una webcam, il flusso dei visitatori, il loro cumularsi vicino e intorno ai luoghi più carichi di memoria del campo, il loro seguire ora con partecipazione ora distrattamente i dettagli forniti dalle varie guide, il loro accucciarsi dove capita nei momenti di stanchezza o a consumare i soliti paninozzi e il solito cibo cattivo da turistame internazionale. Non una parola di commento da parte del regista, niente voce fuori campo, zero interviste. Niente musiche, solo lo scalpiccio incessante della folla e il suo rumore di fondo. Non sappiamo chi siano gli uomini, le donne, i ragazzi, le ragazze che sciamano tra un forno e un luogo di tortura e di impiccagione, ci tocca indovinarlo dalle loro posture, dal body language, dall’abbigliamento, che qui diventa il mezzo principale, la mappa dei segni attraverso cui loro comunicano se stessi e noi possiamo intuire chi loro possano essere. Le uniche parole che sentiamo (peraltro raramente) sono le spieghe date da qualche guida al rispettivo gruppo, utilizzate dal regista per darci indirettamente qualche essenziale informazione. Non diversamente dal Frederick Wiseman di National Gallwry il quale, in ottemperanza al suo credo rigorista e antididascalico del mostrare e soltanto mostrare, ha sì piallato via ogni indicazione dei vari quadri esposti al museo – che cosa siano, di quale pittore siano -, salvo reintrodurle surrettiziamente attraverso le dettagliate spiegazioni fornite ai turisti proprio dalle guide. In Austerlitz si sente, in quello scarso parlare, perlopiù lo spagnolo, poi l’inglese. Tedesco zero. Rivelando (forse) quale nazionalità dei visitatori sia prevalente e quale assente, sempre che non si tratti di una selezione operata in fase di montaggio. Ogni guida non solo fornisce informazioni diverse, ma adotta anche strategie comunicative diverse. Con ricorso massiccio allo storytelling. Scarne le informazioni generali, ancor meno vien detto della cornice storica in cui collocare e contestualizzare la stagione nerissima dei campi di sterminio, mentre si abbonda nel racconto di singoli episodi, in narrazioni drammatiche e raccapriccianti, in aneddotica, puntando sulla carica emozionale e mirando più alle viscere del visitatore che alle sue cellule cerebrali. Si scuote, si colpisce, si punta a inorridire, più che a suscitare un approccio razionale e conoscitivo. Ed è questo l’aspetto più allarmante. Il lager diventa, più che un luogo di orrore, un luogo horror, in un’affabulazione non troppo dissimile da una qualsiasi storia di paura, cinematografica o letteraria. Molte recensioni di Austerlitz sottolineano la cifra accusatoria verso il turista-massa, verso il visitatore ottuso e indifferente che tutto divora e appiattisce e consuma nel suo formicolante muoversi da una meta all’altra, accumulando senza distinguerli Disneyland e il campo di sterminio. E grande è stato il disgusto su stampa e web di fronte a questi turisti della camera a gas ciabattanti in infradito, inzainati, indossanti shorts orrendi e ancora più orrende T-shirt con scritte perlopiù sceme. Dissento. Austerlitz non mostrifica la sua folla. Lo sciame umano filmato con sguardo neutro da Loznitsa non sgomenta per la sua sciatteria, la volgarità dei modi o per l’irrispettosità dell’atteggiamento. Se si guarda il film senza pregiudizi, ci si rende conto di come nessuno sghignazzi, si lasci andare a comportamenti scomposti (tranne una cretina che scemeggia facendosi fotografare con una bottiglia in testa). Tutti son seri e abbastanza concentrati, evidentemente una qualche consapevolezza di dove si trovano ce l’hanno. Certo, cedono alla tentazione di farsi un selfie di fronte all’Arbeit Macht Frei dell’ingresso, ma nessuno in quei selfe sorride. Bisogna riconoscerlo. Se poi si ritiene che che il selfie sia in sé colpevole e brutale, allora si deprechi pure. Invece a inquietare davvero è che – questa almeno la mia impressione – pur con tutta la loro buona volontà i turisti dei forni crematori e delle camere a gas non ce la facciano a penetrare minimamente quell’abisso che è stato lo sterminio su scala industriale del nazismo. Come se da quel tempo non solo siano cambiato il mondo e il reale, ma lo stesso apparato mentale per decifrarli. Cresciuti in un Occidente di benessere che ha fatto di tutto per rimuovere il tragico, e anche il connesso senso del sacro, dal proprio orizzonte per cullarsi in una bolla di falsa e vacua positività, non ce la fanno proprio a percepire la dimensione e il senso dello sterminio, né tantomeno come sia potuto accadere. Forse (forse) così si spiegano i tanti sguardi perplessi e smarriti del film. Il turista di Loznitsa (che poi, a una visione più attenta, si rivela non uniforme e composto semmai da più sottotipi) non è da stigmatizzre per le T-shirt che indossa o per gli shorts (ma scusate, se si va noi a far visita a un lager in piena estate, ci vestiamo forse in un altro modo?), ma per la sua totale estraneità a quanto sta vedendo, perfino per il deficit cognitivo che gli impedisce di decodificarlo. Nella visita sembra esserci spazio solo per l’orrore e il brivido, lo stesso orrore che si può provare di fronte a un filmaccio cabin-in-the-wood in 3D o a un videogioco splatter. In questo, e ancora una volta, il cinema di Loznitsa riesce ad essere un cinema profondamente morale.